L’eccidio dell’8 settembre 1943 di Acquappesa: erano tutti del Reggino.
di Maria Lombardo
Durante lo studio degli eventi storici calabresi una pagina di storia importante la devono assolutamente occupare gli episodi che investirano la nostra Regione durante la Seconda Guerra Mondiale. Purtroppo molti degli eventi che narrerò in questa serie di articoli che toccherà l’estate del ’43 sono stati mai raccontati.
La storia che narrerò grazie alle parole di Antonio Orlando inizia Venerdì 3 settembre 1943, gli Americani danno l’inizio all’«Operazione Baytown” nelle acque dello Stretto. Ai canadesi però parte l’ordine di raggiungere via litoranea la Sila e di ricongiursi con le forze che stavano per sbarcare a Bagnara, a Gioia Tauro, a Pizzo. La guerra stava finendo! Intanto ad Acquappesa (CS) dove vi era la caserma si verifica un fatto increscioso alcuni soldati calabresi lasciano la loro postazione per far ritorno a casa. I soldati si sparpagliano per le alture ma alla fine solo 5 soldati tutti residenti nella Piana di Gioia Tauro vengono puniti. Braccati dal Crucitti per ordine del colonnello Ambrogi vengono scovati e riportati al comando. L’ordine è di fucilazione per diserzione mentre gli Americani avanzano i tedeschi scappano e nessun ordine definitivo era giunto sul comportamento da tenere. In serata arriva la risposta del generale Chatrian: «Fucilateli immediatamente». Con in mano quel foglietto che è una sentenza di morte, il col. Ambrogi predispone il plotone di esecuzione. Ancora una volta è il cappellano a chiedergli un rinvio, almeno al giorno dopo. Il sacerdote chiede di poter confessare quei poveri giovani, dare loro la comunione, raccogliere le loro ultime volontà, cercare in qualche modo di confortarli. Il permesso gli viene accordato. Nessuno in quella caserma desidererebbe eseguire gli ordini gli Alleati che hanno già raggiunto Rosarno e Nicotera e sono sbarcati, pur con qualche difficoltà, a porto Santa Venere, vicino Pizzo. Al termine di un drammatico colloquio con il cappellano è lui stesso a chiedergli di recarsi dal gen. Chatrian per scongiurarlo di sospendere la terribile decisione. Il Cappellano malgrado avesse insistito non viene ascoltato i disertori devono morire. Ad Acquappesa vi è aria di sommossa il popolo li vuole salvi scoppiano lanci di pietre urla disumane e l’esecuzione viene sospesa. L’indomani un dispaccio del generale giunge ad Acquappesa:” «Pena gravi sanzioni vostro carico datemi assicurazione entro 24 ore aver eseguito fucilazione». Non resta che obbedire! Inizia la ricerca di un luogo adatto, appartato intorno alle 23 il tutto deve essere concluso. Alle 19,45 dalla radio del Reggimento i soldati apprendono la firma dell’armistizio e ascoltano col fiato sospeso quelle ultime parole: L’esultanza dei militari è enorme: soldati e ufficiali urlano e saltano per la gioia, si abbracciano felici; i cittadini di Acquappesa scendono in strada e il parroco del paese fa suonare le campane a distesa. Tutti pensano che la fucilazione dei cinque soldati verrà sospesa. Alle 23 tutto è pronto per l’esecuzione dietro il cimitero, Ambrogi ordina: «Entro un’ora devi passare per le armi quei cinque soldati disertori». L’ordine viene eseguito intorno alla mezzanotte, quando già le navi alleate hanno iniziato lo sbarco a Salerno. I giovani calabresi cadono al suolo e subito vengono seppelliti seduta stante in quel cimitero. Le salme dei cinque, nei primi anni sessanta, furono traslate nel cimitero di Condera a Reggio Calabria e ivi riposano insieme a migliaia di altri caduti, vittime di un conflitto che non avevano voluto.

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