Il “tamburru” è una tradizione esclusiva di Borgia (CZ) della notte tra mercoledì e giovedì santo
di Maria Lombardo
Voglio ricordare una delle
tradizioni più antiche di Borgia: U TAMBURRU , sperando di fare cosa gradita.
Nella notte, fra mercoledì e giovedì, per le strade passa “u tamburru”
(tamburo), fatto di pelle di zimburu (maschio della capra). Una ritualità per
far partecipare la comunità all’evento in forma di ufficialità, decisamente
pagana, la cui funzione è quella di rendere pubblico «il fatto», cioè l’azione
dei pagani che cercano Gesù per imprigionarlo e che troveranno nell’orto di
Getsemani. Ogni anno si cambiava e si cambia la pelle, perché alla fine del giro
per il paese davanti alla chiesa la pelle si sfondava e si sfonda. La pelle, si
comprava dai pastori di Caraffa, si puliva e si stendeva fissandola a due
chiodi alla finestrella del proprio magazzino per farla asciugare per parecchi
giorni. Una volta asciutta, ancora oggi, si sistemava e si sistema sulla
struttura rotonda a botte e si incassava (incassa) con un cerchio sempre di
legno per tenerla in tensione e si preparava anche la mazza a semplice testa
sferica ricoperta anche essa di pelle. La chiesa del SS. Rosario ne assunse l’impegno della manifattura.
Rione per rione, il tamburo era ‘suonato’ nei tempi passati solo da pochi
confratelli, designati dal Priore, che vestivano un camice bianco con
cappuccio. Ancora oggi, il Priore con in dosso il sacco bianco, la mantella con
mozzetta nera, e nella parte destra della stessa portare il Segno della S.
Croce color bianco, dà l’avvio al rito a mezzanotte in punto uscendo dalla
chiesa con il tamburo e la mazza accompagnato dal seggio priorale. I
confratelli del seggio si allontanano e il priore dà i primi colpi al tamburo
girandosi ad ogni colpo “per le quattro vie” che si intersecano con la piazza
della chiesa, simbolo della croce. Quindi affida il tamburo ai confratelli
presenti, inizialmente scelti dal priore almeno fino a qualche anno fa, i quali
ricevuto il tamburo iniziano la sfilata! Non era improbabile, fino a qualche
anno fa, che scoppiassero liti e discussioni per “suonarlo”.
I colpi sono cadenzati (due lenti+tre veloci in successione; poi, due veloci in
successione+due veloci in successione+tre lenti). I bambini, almeno una volta,
venivano svegliati e, a sentire i colpi riecheggiare nella notte,
fantasticavano chissà ‘quale’ mistero. L’uso del tamburo è di antica tradizione
e risale alla venuta dei musulmani nel territorio nel XVI sec. e al loro
tamburo costruito in legno con fibre vegetali e pelle di capra, i quali con la
stessa cadenza lo suonano ancora oggi in occasione di morte o per accompagnare
lo sposo a casa della sposa nel giorno del matrimonio, ed è legato soprattutto
alla venuta e quindi alla presenza a Borgia dei Padri Domenicani. Padri che
innalzarono una Cappella con annessa confraternita del S. Rosario già subito
dopo il 1547 e comunque fra il 1547 e il 1602. Già, pertanto, da quei tempi si
festeggiava la Pasqua e sicuramente si suonava anche il tamburo il mercoledì
notte, notizie però documentate a partire dal 1763, anno quando scoppiò per la
prima volta la lite tra le due confraternite: del Rosaro e dell’Immacolata.
Il “tamburru” è una tradizione esclusiva borgese e richiama la notte in cui
Gesù fu arrestato nel giardino del monte degli ulivi, il giardino Getsemani,
dove Gesù si era recato con i suoi discepoli. Da lontano si sentiva il suono
del tamburru dei soldati che andavano cercando Gesù.

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