Messere Cicco Simonetta, il calabrese che governò Milano nel Rinascimento


 di Maria Lombardo

Cicco Simonetta al secolo Francesco Simonetta era calabrese di Caccuri nel 1410 e spirato a Pavia il 30 ottobre 1480. Personalità politica del Rinascimento! Fu consigliere dei duchi di Milano Sforza. Fu lui che dettava legge a Milano detenendola carica di capo della Cancelleria Segreta milanese e di conseguenza il controllo dell’intera politica milanese. Il suo acme politico lo ebbe sotto Bona di Savoia che divenne primo ministro ed ebbe pieni poteri. Questo criptogoverno del Simonetta fu mal visto dai milanesi, in primis perché essi a più riprese ritennero di dover rendere fedeltà unicamente al duca, ma anche per le grandi quantità di ricchezze personali accumulate grazie al proprio incarico presso la cancelleria Ducale, e per le sue origini non milanesi. In Calabria studiò  presso i padri basiliani dove apprese il latino, il greco, l'ebraico, francese, tedesco e spagnolo, laureandosi in utroque iure probabilmente a Napoli.Ecco che entrò alla corte di Renato D’Angiò come consigliere personale del Re.Successivamente, su consiglio di suo zio Angelo, si pose dal 1444 al servizio di Francesco Sforza, all'epoca ancora libero condottiero delle proprie milizie.Continuò ad ogni modo a mantenere rapporti con Napoli venne nominato presidente onorario della Camera Summaria. A Milano la sua nuova residenza era divenuto cavaliere aurato e segretario di Francesco Sforza che aveva preso possesso del ducato di Milano. Dal 1449, assieme ad Alessandro Sforza, fratello di Francesco, fu legato presso la Repubblica di Venezia. Al Simonetta venne inoltre affidata la gestione della nuova cancelleria ducale, incarico che manterrà per un trentennio.Divenne così famoso e ricco che acquistò quindi il feudo di Sartirana in Lomellina che fece fortificare grazie alla perizia di Aristotele Fioravanti da Bologna e nel 1452 sposò Elisabetta, figlia di Gaspare Visconti, segretario personale del duca. Nel 1456 ottenne la cittadinanza onoraria di Novara, seguita poi da quelle di Lodi (di cui fu anche governatore militare) e Parma. Nel 1465 scrisse le Constitutiones et Ordines per una migliore organizzazione della cancelleria.Diverrà in seguito segretario anche di Galeazzo Maria Sforza alla morte del duca Francesco. Avviò contemporaneamente la costruzione di due cappelle nella chiesa del Carmine di Milano di cui  una dedicata a San Francesco suo patrono. A corte Cicco si occupò di molti aspetti organizzativi: riorganizzò la cappella musicale ducale ove ingaggerà anche Josquin des Prés, patrocinerà e otterrà la dedica del primo libro stampato in greco in Italia, gli Erotemata di Costantino Lascaris e fece venire a Milano Antonello da Messina per lavorare al servizio degli Sforza.Nel 1474 il duca nominò il Simonetta tutore dei suoi figli e fece nominare canonico del duomo di Milano uno dei suoi figli che aveva intrapreso la carriera ecclesiastica. Il duca gli donò contestualmente la possibilità di portare uno stemma, composto di un fondo azzurro con un leone rampante d'oro tenente tra le mani una croce latina rossa.Anche i tre fratelli di Cicco vennero adeguatamente inseriti a corte grazie all'influenza del potente segretario del duca: Angelo venne infeudato delle città di Casteggio, Belgioioso e Lacchiarella, Andrea divenne castellano di Monza mentre Giovanni percepì un generoso stipendio in riconoscimento della sua fedeltà come biografo di corte. Il suo potere cominciò ad oscillare poiché la duchessa era emarginata portarono Bona di Savoia ad un allontanamento progressivo dal Simonetta in favore del cognato Ludovico il Moro; la determinazione di quest'ultimo e l'arrendevolezza della duchessa fu la rovina del Simonetta il quale, nonostante cercasse di non far scendere a patti la duchessa e il Moro, finì per pronosticare alla duchessa: «A me sarà tagliato il capo e Voi, in processo di tempo, perderete lo stato».Il Moro venne visto come il liberatore, Cicco venne sconfitto! Arrestato e processato da uomini tutti notoriamente avversi all'ex segretario ducale, in modo da assicurarsene la colpevolezza. Simonetta venne imputato di 22 capi d'accusa. Gli fu chiesto di pagare 50 000 ducati per sottrarsi alla condanna a morte, ma questi rifiutò, adducendo di aver accumulato le proprie ricchezze nel tempo per garantire un futuro ai figli e che non avesse alcun senso da parte sua, ormai vecchio e malato, privarli di tanto pur di vivere qualche mese in più. Il 29 ottobre il Simonetta fu processato, dichiarato colpevole e il giorno successivo decapitato presso il rivellino del castello di Pavia. Fu poi onorevolmente tumulato nel chiostro della chiesa di Sant'Apollinare, andata distrutta nel 1525 durante la battaglia di Pavia. Il Moro si liberò del calabrese e poi di Bona.


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