La storia di Maria e Bice: le partigiane di Tropea (VV)
di Maria Lombardo
E’ un lavoro di ricerca della Dott. Beatrice Lenti di Tropea, la quale
con l’aiuto dei discendenti delle eroine tropeane così ci informa:”Bice e Maria
di Tocco, erano le figlie maggiori di Ignazio e Aurora Scrugli, nati entrambi a
Tropea a fine Ottocento, che, sposatisi nel 1921, si erano trasferiti a Torino
dove Ignazio era ufficiale degli Alpini. Aurora volle far nascere nell’amata
terra d’origine i quattro figli, così Beatrice, detta Bice, la primogenita,
vide la luce a Reggio Calabria nel 1922; Maria a Vibo Valentia nel 1925; Orsola
a Tropea nel 1926 e Antonio, unico maschio, anche lui a Tropea nel 1929.Durante
i feroci bombardamenti su Torino, degli inizi del ‘43, la famiglia venne
sfollata ad Agliano, a circa 19 km da Asti. Dopo l’8 settembre il colonnello di
Tocco rifiutò di aderire alla Repubblica Sociale Italiana per cui fu posto agli
arresti domiciliari e, per una seria cardiopatia, aggravatasi a causa delle
tensioni vissute, morì nel 1944. I suoi resti mortali furono traslati da
Agliano a Tropea. I fratelli Bice, Maria e Antonio entrarono nel movimento
partigiano con una motivazione sconvolgente, nella sua lapidaria incisività,
non c’era altro da fare, la scelta era obbligata: lottare per la libertà e la
giustizia. Nelle loro considerazioni non emerse mai una parola d’odio. La
sorella Orsola non condivise la loro straordinaria avventura, che aveva le
radici nell’educazione familiare e nel coraggio del padre pienamente condiviso
dalla madre, solo perché era rimasta a Tropea con lo zio materno Ottavio
Scrugli e la moglie Ines Russo Caputo che l’avevano adottata non avendo avuto
figli. Appartenevano alla formazione partigiana IX Divisione Garibaldi “Alarico
Imerito” comandata da Giovanni Rocca, nome in codice Primo, a cui Antonio,
giovanissimo, faceva da scorta imbracciando uno sten, un mitra inglese a canna
corta. Bice, nome in codice Beba e Maria, chiamata Prima, erano staffette, il
loro compito consisteva nel portare informazioni, armi, viveri, esplosivo,
stabilendo collegamenti tra i vari gruppi partigiani.Staffette è il titolo di
un toccante documentario realizzato per la RAI dalla figlia di Maria, Paola
Sangiovanni. Il filmato mette in luce le sofferenze patite da molte di loro ed
evidenzia il loro grande sogno di libertà e di emancipazione femminile. Il
titolo Staffette è provocatorio perché certa storia maschilista ha usato il
termine con tono riduttivo mentre, in realtà, attraversando a piedi e in
bicicletta i boschi era alto il rischio di incontrare posti di blocco e più
volte le ragazze furono fermate dai repubblichini, rischiando violenze, il
carcere, torture e deportazioni a Ravensbrück, il più grande campo di
concentramento femminile, a 90 km da Berlino.Nella loro casa Bice, Maria e la
madre Aurora ospitarono più volte gli incontri dei Gruppi di Difesa delle
Donne, diretti da Caterina Picolao, che miravano a unire e a dare
consapevolezza del momento vissuto e dell’importanza della lotta, come
testimonia Marisa Ombra, Dirigente dell’Unione Donne Italiane, Grande Ufficiale
della Repubblica, scomparsa nel 2019. La loro casa diede anche rifugio a
partigiane in pericolo tra cui Claudia Balbo, nome di battaglia Breda, che
trasmise a Bice la scabbia, frequente tra chi, come i partigiani, viveva in
clandestinità. La casa di Agliano, narrata con nostalgia dalle due valorose,
aveva al centro del piano terra una botola coperta da un tappeto, nascondiglio
per armi, munizioni, volantini, viveri e per gli stessi partigiani in momenti
di pericolo. Ad essere custodita nel nascondiglio era anche la seta dei
paracaduti inglesi, perfetta per confezionare le camicie dei resistenti. Il
segnale convenuto tra i partigiani della zona, che dava il via alla possibilità
d’incontro, era un fischio di quattro note che sembrava riprodurre il nome
“Aristide”.Dopo la Liberazione Bice, ritornata a Tropea, sposò giovanissima il
tropeano Franco Coccia, professore di lettere ed ebbe cinque figli, Maria si
unì in matrimonio con Nino Sangiovanni di Mileto, che fu anche segretario di
Saragat, ebbe tre figli e fu Dirigente Nazionale dell’Azione Cattolica. Le due
sorelle di Tocco, sensibili e riservate, segnate dalle sofferenze patite, non
parlarono della straordinaria impresa vissuta, successivamente si aprirono alla
testimonianza solo in famiglia e, per modestia, né loro né i familiari ne hanno
fatto mai menzione pubblica prima d’ora. Ma c’è un tempo per il silenzio così
come c’è un momento in cui il cuore è pronto per il ricordo condiviso. La loro
impresa eccezionale, così come quella di altre partigiane, sembrava essersi
persa finché il caso favorevole ha fatto sì che il loro eroismo venisse alla
luce. Riconoscerlo, valorizzarlo e offrirlo alla comunità significa arricchire
la nostra storia, rafforzare il senso d’appartenenza e proporre a tutti,
particolarmente alle giovani generazioni, modelli validi di riferimento per
guardare all’oggi e al domani con maggiore fierezza e fiducia.”

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