LE MADDAMME di Gemma INCORPORA


 di Maria Lombardo

Se siete capitati in vacanza nella bella Calabria, avrete sicuramente visto tra i souvenir quelle belle statuette che i profani chiamano  “Calabriselle”. Effettivamente vogliono rappresentare quello! In realtà hanno una storia di tutto punto. Sono le antiche donne gioiosane che indossavano il costume tradizionale ('a saja) ed erano chiamate "Maddamme". La Saja è composta da una lunga camicia di lino o di cotone ('a cammisa) e impreziosita da un colletto di pizzo fatto a mano ('u cullarettu), dopo veniva la sottoveste ('a suttana), in cotone scuro a fiori chiari, coperta dalla saja vera e propria ( una sopraveste di seta color piombo per ogni giorno, più colorata per le cerimonie e nera per il lutto). Completano l'abito il grembiule ('u fardàli) di seta, il corpetto ('u 'mbustinu) di velluto operato in seta stretto da un nastro (vitta). Le maniche che sono attaccate al corpetto con spille, hanno i polsini di velluto e, soltanto nel costume delle donne con marito, un riccio nella parte alta ('u ricciu). In testa un fazzoletto di seta o di cotone ('u muccaturi) a forma di triangolo, fermato con una spilla d'oro o d'argento ed intorno al collo un ciondolo d'oro tenuto da una fettuccina di velluto nero o da una catenina d'oro ('u sbrilloccu). Donne strordinarie che senza dubbio hanno meritato di passare alla storia dell’artigianato calabrese.  Tutto ebbe inizio con Gemma Maurizi Incorpora! Non sono costumi, quelli che propone donna Gemma, ma l’artista fa rivivere tutta un’atmosfera, illuminata dal portamento altero, e nel contempo lieto, di queste donne che mantengono la propria femminilità anche quando portano in equilibrio sul capo pesanti brocche colme di acqua o larghi cestini riempiti con prodotti della terra. La fatica del lavoro scultoreo è riscattato dall' eccellente fattura con cui sono rifinite le sue famose  Maddamme, giovani leggiadre, scalze, poste su piedistalli, dal portamento impettito nella saja di seta blu cangiante a mille pieghe e con grembiule nero, con le brocche di forma greca sul capo nell'atto d' incedere danzante verso la grande fontana della piazza.
 Queste statuine erano alte non più di 15 cm e donna Gemma, oltre che crearle, le aveva pure dipinte. Donna Gemma  al pari di molte donne calabresi della sua generazione, come di quella successiva, non frequenta alcuna scuola, imparando a leggere e scrivere da autodidatta, aiutata dal fratello Nicola; men che meno ha accesso alla formazione artistica regolare frequentando le Accademie ma si forma in ambito familiare, erede dell'arte paterna.
Unico laboratorio per il lavoro artistico della scultrice diventa la casa, teatro della quotidiana battaglia del vivere come lei stessa racconta in alcuni documentari trasmessi dalla Rai nel 1965: «...la giornata era gravosa e mi lasciava stanca e spossata. Poi scendeva la sera¦ Correvo in cucina dove nell'angolo scuro c'era il mastello con la creta umida avvolta nel cencio. Ne prendevo un pezzetto e cominciavo a modellare le figurine: un pastore, una pecora, un massaro ricco, uno povero, un agnellino, una zampogna e pifferaio … La notte si faceva profonda: non si sentivano voci, tutto era silenzio, ma nel mio cuore saliva un inno, un canto, ero felice. Man mano che le modellavo mettevo le figurine in fila, sul davanzale della finestrella, per asciugarle nella frescura della notte. All'alba i ragazzi si svegliavano e correvano in cucina per ammirare sul davanzale i "cciapòpuli novi" che si vendevano all'incanto ».  Oggi queste meravigliose opere  provengono da collezioni private della Sicilia, della Calabria e dell’Emilia.

 


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