SPUTÒ CON DISPREZZO VERSO GLI AGUZZINI, GRIDANDO "VIGLIACCHI!". STORIA DI CIPRIANO SCARFÒ, ARTIGIANO LIBERTARIO, FUCILATO PER RAPPRESAGLIA DAI NAZISTI
di Maria Lombardo
Il 25 agosto 1943 un uomo, incatenato al tronco di un grande albero d'ulivo, guarda negli occhi i suoi aguzzini già schierati nel plotone d'esecuzione, sputa con disprezzo verso di loro e gli urla “Vigliacchi!”. Poi, una scarica di proiettili mette fine alla sua vita. Il suo nome è Cipriano Scarfò, 54 anni, di professione artigiano armaiolo, libertario e frequentatore del Comitato di concentrazione antifascista di Taurianova, grosso borgo rurale della piana di Gioia Tauro nella Calabria reggina.Taurianova è "fascistissima", una città nelle mani di agrari e possidenti di fondi immensi dove tutt'intorno braccianti e raccoglitrici d'olive sopravvivono in condizioni disumane. Qui da vent'anni spadroneggiano le camicie nere e il paese spesso è stato teatro dello squadrismo più aggressivo e violento della provincia. Tuttavia, Cipriano non fece mai mistero del suo disprezzo verso le prepotenze dei fascisti e il militarismo del regime: “Eravamo riuniti nei locali dell'Unione Contadini (...) per ascoltare le notizie dei bollettini radio. Con noi entrò anche Cipriano Scarfò. All'inizio delle trasmissioni il dott. Rosario Fusaro (...), noto gerarca fascista, intimò ai presenti di alzarsi. Ci alzammo tutti tranne Cipriano Scarfò. Sucesse l'inferno”. Ma il 25 luglio il fascismo è caduto e gli Alleati preparano lo sbarco. Per paura dei bombardamenti, Cipriano e la sua numerosa famiglia si rifugiano in una minuscola casupola di campagna, qualche chilometro fuori dall'abitato. Ma Cipriano non può lasciare il lavoro, e la sua bottega è in piazza Duomo, in pieno centro. Così, ogni mattina attraversa il bosco d'ulivi di contrada Micigallo percorrendo una stradina interna che per un lungo tratto costeggia la recinzione del campo tedesco. In quello stesso bosco infatti, sotto gli alberi secolari, è accampata la 29° Divisione Panzergranedier "Falco" ai comandi del generale Fries.“Il 25 agosto attendevamo papà per pranzo, ma non arrivò”. Era stato arrestato poco prima, presso la sua bottega, e caricato a forza su un autocarro. “Nel tardo pomeriggio un contadino (...) riferì che mio padre era stato accusato di sabotaggio contro le truppe tedesche per aver reciso le linee telefoniche”. In serata la notizia viene confermata dai carabinieri. Ogni tentativo di salvarlo fu inutile, e chi tentò di impedirne l'arresto dovette desistere sotto i fucili puntati dei militari.È certo che l'accusa di sabotaggio fu la causa della fucilazione. Tuttavia, le responsabilità di Cipriano non furono mai accertate, così come - sebbene le voci di paese fossero concordi nel descriverlo come un attivista antifascista - tale impegno fu sempre negato dalla famiglia.Resta certo il coraggio della sua coerenza, una intransigenze testimonianza antifascista pagata a prezzo della vita.

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