La risicoltura nella piana lametina. Sapevate fosse praticata?


 di Maria Lombardo

 

Sotto i Fascisti si praticavano svariate bonifiche in Italia. La Calabria non fece ecccezione! Nacque così una nuova borgata detto di  S. Eufemia. La nuova realtà agricola nella piana bonificata doveva avere, nel disegno della politica fascista, un ruolo di primaria importanza. Essa era destinata a diventare “sede di tutte le industrie agrarie che la vasta fertilissima plaga, allorché sarà dotata di acqua irrigua, esigerà”. Il Fascio fece giungere in queste zone dei coloni  in base alla loro abilità nell’arte della coltivazione dei campi e di quelle colture specializzate autarchiche, come il ricino, il cotone, la soia. Esse, provenienti dal Polesine, dalla Sicilia e da altre regioni, dovevano lavorare nelle nuove terre bonificate ed operare la trasformazione agricola della zona che trovava nell’agricoltura e nella lavorazione dei suoi prodotti la principale fonte di ricchezza. Per dare maggiore impulso al territorio, il governo fascista avvertì anche la necessità di concedere l’indipendenza amministrativa al nuovo villaggio. Poteva essere un buon progetto lo zuccherificio di cui vi ho ampiamente parlato in altro articolo bel blog ed il riso. La guerra frenò la concretizzazione del progetto. I settori più penalizzati furono quelli dello zucchero e del riso. Subito dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 la Camera del Lavoro di Nicastro poneva il problema della riattivazione dello zuccherificio, uno dei pochi risparmiati in tutt’Italia dalla furia devastatrice della guerra che aveva resi inservibili quelli di Littoria, Capua, Battipaglia e Avezzano. Lo zuccherificio di S. Eufemia era uno dei più moderni e potenti con 600 quintali di barbabietole lavorate in 24 ore e una produzione di 50mila quintali annui di zucchero. Esso però restava chiuso per volere del capitalismo industriale e finanziario del Nord. Un altro grave problema era quello della risicoltura che, a causa della speculazione, non apportava nessun giovamento alimentare alle popolazioni locali. All’Ispettorato Agrario Compartimentale fu ripetutamente denunciata quella che si riteneva fosse una vera e propria truffa nei confronti della popolazione tormentata dalla fame.Nella piana di producevano più di 5mila quintali annui di riso. I maggiori risicoltori erano il barone Nicotera, i fratelli siciliani Leonardi di Acireale, il dr. Antonio Saladino, Silvestro Romeo, Cataldi Alfonso e Orazio La Ferla. La superficie di terra destinata alla coltivazione del riso raggiungeva quasi i cento ettari. Tutto quanto il riso prodotto, anziché essere messo a disposizione delle popolazioni locali, specialmente per le necessità degli ammalati, dei vecchi e dei bambini, prendeva la via del Nord dando luogo a grosse speculazioni anche attraverso il mercato nero. Nella produzione del riso si distingueva l’azienda La Ferla. Da studi effettuati dall’Istituto Sperimentale Risi di Vercelli risultò che i semi più robusti e resistenti erano proprio quelli provenienti dal cosiddetto Risone La Ferla, specialmente in terre aperte a tutti i venti come la piana di S. Eufemia. Infatti, l’azienda La Ferla, che dimostrava tutte le potenzialità per acquisire una dimensione industriale, nel mese di aprile del 1955 veniva premiata nella persona del cav. Orazio La Ferla dal ministero dell’agricoltura, insieme ai migliori agricoltori calabresi come “uno di quei pionieri che con la loro opera ed intelligenza hanno dato alla Patria quel forte contributo che in sede generale si chiama produttività nazionale”In effetti, il merito di La Ferla era veramente grande in quanto, mentre altri agricoltori calabresi operavano su terreni più o meno fertili, egli aveva dovuto riscattare metro per metro una terra infida e vergine, composta da pericolosi acquitrini disseminati di intricati alti cespugli che erano la morte sicura per chiunque vi si avventurasse, sia per i morsi di rettili velenosi, sia per l’immancabile assalto di miliardi di zanzare malariche che provocavano la morte in poche ore, con febbri perniciose. Il fondatore dell’azienda è stato il siciliano Antonino La Ferla che, arrivato in Calabria, si compiacque della ricchezza d’acqua di cui questa terra è dotata e, volendo coltivare il riso, che già coltivava in Sicilia, vi si trasferì con la famiglia di cui era parte  anche Orazio. Costui ben presto fu costretto a partire militare: era il tempo della grande guerra ‘15-18. Dopo varie vicende, verso la fine della guerra venne preso prigioniero e tenuto in un’azienda agricola tedesca. Questa è stata una fase importante della sua vita in quanto, benché prigioniero, poté acquisire informazioni e tecniche agrarie più avanzate rispetto a quelle praticate nelle nostre regioni. Al ritorno dalla guerra non trovò più il padre e una sorellina che erano stati stroncati dalla spagnola. Pur sconvolto da queste perdite, Orazio diventò precocemente capofamiglia. Intanto in tutta la piana imperversava la febbre malarica.Orazio, sostenuto dalle istituzioni dell’epoca e insieme ad altri agricoltori, partecipava alla bonifica della piana con scavi di grandi canali che allora venivano fatti manualmente. Continuava a coltivare il riso che esportava come prodotto da seme nel Vercellese, patria per antonomasia del riso e dove venne fatto oggetto di molte gratifiche. Da agricoltore attento, selezionava una varietà di riso molto apprezzata che ha portato il suo nome: Vialone La Ferla.

Durante il ventennio, come già detto, furono mandati in Calabria e presso l’azienda La Ferla dei coloni dal Veneto, che poi misero radici nella zona. Nella sua attività il cavaliere Orazio veniva accompagnato dal figlio Antonino che, laureatosi in Scienze Agrarie nel 1956, condivise col genitore la responsabilità dell’azienda, dedicandosi preva-lentemente alla zootecnia. Infatti, costruì una stalla per mucche da latte e fino al 1965 lavorava fian-co a fianco col padre, ormai avanzato negli anni e provato da una malattia che lo portò via nel 1969. Ormai l’azienda non produceva più riso in quanto non era reperibile in loco la manodopera specializzata dal momento che le mondine, che prima venivano dal vercellese, non si trovavano più.

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