Una conserva calabrese ormai scomparsa: u strattu
di Maria Lombardo
La Calabria come tutto il Sud, ha profumi meravigliosi che
la caratterizzano. Inebrianti gelsomini notturni, zagare in fiore, pomelie
esotiche che allietano balconi e giardini. Il profumo del mare che la circonda
e s'intrufola inquieto in ogni dove a stuzzicare le narici con la sua salsedine
portata dallo scirocco. Sa di spezie lontane che ammaliano il cuore e lo
addolciscono di miele. La Calabria sa di sole.
La Calabria é la terra del sole che arroventa la terra e brucia tutto, con la
sua potenza.
Ingannatore che tanto da e tanto prende, ma i calabresi, quelli dalla scorza
dura, con la loro pelle bruciata dai raggi crudeli, da sempre, sanno tenerlo a
bada sfruttandone i suoi servigi.
Hanno imparato a conservare i cibi, seccati dal suo calore, facendo di
necessità virtù.
Il mese a cavallo tra metà luglio e metà agosto, il più caldo per antonomasia,
fin verso gli anni sessanta, era un brulichio continuo in quasi ogni via di
paese ed anche in qualche quartiere di città.
Intere famiglie, pur non contadine, facevano provviste di pomodori belli
maturi, coltivati negli orti padronali o del circondario, genuini e senza
sostanze cancerogene, e s'apprestavano a fare conserve per l'inverno. Ancor
prima, quando il vetro era un bene prezioso e non tanto comune, grazie al sole,
avevano inventato un modo particolare, per conservare sotto sale i cibi, in
orci di terracotta.
I pomodori, i peperoni, le melanzane, le zucchine...un po' tutte le verdure,
venivano essiccate e conservate per l'occorrenza, sott'olio o al naturale,
rinvenendole in acqua, a bisogno.
"U strattu" era il modo più classico per conservare
la salsa di pomodoro.
I pomodori venivano bolliti a lungo, in calderoni su fuoco di legna e poi
passati al setaccio. In seguito arrivarono gli spremi pomodori a manovella ed
elettrici.
La polpa ricavata, molto acquosa, veniva rovesciata su tavole costruite
appositamente e lasciate al sole ad asciugare.
Le vie erano un tripudio di rosso sgargiante e l'aria era impregnata di un buon
profumo di cotto che varcava tutti gli usci e s'insinuava negli angoli più
reconditi.
Intere famiglie si muovevano fin dall'alba, come formiche laboriose.
"Trispidi", mattoni, cassapanche o semplici sedie, diventavano tavoli
dove appoggiare il prezioso nettare.
Il sole ingordo, con le sue spire vogliose, famelico, succhiava tutta l'acqua,
asciugando e stringendo la passata. Le donne, con occhio vigile,
"manijiavano" (giravano) per far in modo che tutto asciugasse per
bene. I bambini sempre curiosi, venivano ingaggiati a sventolare via le mosche
affamate e pregustando un bel piatto di pastasciutta, si sentivano fieri d'aiutare,
di partecipare al lavoro.
A sera si smontava tutto per paura che l'umidità notturna, inacidisse quel ben
di Dio, e a mattina, si rimetteva tutto al sole.
Le mani giravano e rigiravano la passata e tra una chiacchierata e l'altra
delle vicine e dei giochi di bambini, passavano i giorni.
Due, tre, quattro a seconda del caldo e le tavole andavano diminuendo fino a
diventare una sola.

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