Dante e "il Pastor di Cosenza”: Dante Alighieri e la Calabria
di Maria Lombardo
E’ l’anno per i 700 anni dalla morte di Dante Alighieri, Sommo Poeta, forse
il più grande di sempre e di tutti, padre della lingua italiana. Infatti la
"Divina Commedia" è il testo base della lingua italiana e Dante è un
simbolo del "mondo italiano", molto prima dell'unità politica del Paese.
Non solo Gioacchino da Fiore ("Paradiso", Canto XII) ma anche "Il
pastor di Cosenza" ("Purgatorio", Canto III) ma ahimè poco
conosciuto ai più che per farsi i saccenti citano solo il florense. Bontà loro!
Nel Canto III del "Purgatorio", Dante incontra le anime degli scomunicati,
tra cui Manfredi, che, nei vv. 124-132, dice: "Se 'l pastor di Cosenza,
che alla caccia/ di me fu messo per Clemente, allora/ avesse in Dio ben letta
questa faccia,/ l'ossa del corpo mio sarìeno ancora/ in co del ponte presso a
Benevento,/ sotto la guardia della grave mora./ Or le bagna la pioggia e move
il vento/ di fuor dal regno, quasi lungo il Verde,/ dov'è le trasmutò a lume
spento." ("Se il vescovo di Cosenza, che allora fu mandato in cerca
del mio cadavere, avesse ben valutato questo aspetto di Dio, le ossa del mio
corpo sarebbero ancora a un'estremità del ponte presso Benevento, sotto la
custodia del pesante cumulo di pietre. Ora le bagna la pioggia e le smuove il
vento fuori del regno di Napoli, quasi lungo il fiume Liri (che segnava il confine
tra il Regno di Napoli e lo Stato della Chiesa), dove egli le fece trasportare
a luci spente). M?a chi sono questi personaggi?”Manfredi (1232-1266) era figlio
di Federico II di Svevia. Alla morte del padre, nel 1250, appena diciottenne,
assunse di fatto il governo del regno di Sicilia fino all'arrivo del fratello
Corrado IV, legittimo erede. Quando questi morì, Manfredi, col pretesto di
tenere la reggenza per il piccolo Corradino, si fece incoronare a Palermo
(1258) re di Napoli e di Sicilia. Scomunicato da papa Innocenzo IV, tutore di
Corradino, Manfredi cercò di riunire intorno a sé le forze ghibelline italiane
contro la Chiesa, nel tentativo di conquistare l'intera penisola. I Ghibellini
erano i sostenitori dell'imperatore, i Guelfi, invece, quelli del papa.
Preoccupato per la vittoria dei Ghibellini a Montaperti (località a sud di
Siena), nel 1260, il papa francese Urbano IV chiamò in Italia Carlo I d'Angiò,
affinché ne occupasse il regno. Carlo accettò l'invito e, sceso in Italia,
venne incoronato re d'Italia nel 1265; il 26 febbraio 1266 Carlo affrontò e
sconfisse a Benevento l'esercito di Manfredi, che morì in battaglia.” Invece il
"pastor di Cosenza" è Bartolomeo Pignatelli (1200 circa-1272 circa),
vescovo di Cosenza (1254-1266). “Passato il Regno di Sicilia nelle mani degli
Angioini, il Pignatelli fu nominato arcivescovo di Messina (1266-1272). In
questa occasione si inserisce l'episodio dantesco su Manfredi. Il Pignatelli,
con , il consenso di papa Clemente IV, profanò il cadavere di Manfredi, che
rimase ucciso in battaglia; tornando da Roma per recarsi a Messina (settembre
1266), egli dissotterrò il corpo di Manfredi dal tumulo di pietre sotto il quale
i soldati francesi lo avevano sepolto per onorarne l'eroismo, benché fosse
stato un nemico; quindi, trasportandolo a candele rovesciate e spente, come si
faceva con gli scomunicati e gli eretici, ne disperse i resti al di fuori dei
confini dello Stato della Chiesa, probabilmente presso il fiume Liri, che era
detto "Il Verde".” Nel dialogo con il poeta, Manfredi prega Dante,
quando ritornerà sulla terra, di riferire a sua figlia Costanza che egli è salvo,
contrariamente a quanto laggiù si pensa. Egli infatti afferma di essersi
pentito e convertito all'ultimo istante, in punto di morte e, nonostante le sue
orribili colpe, di aver ricevuto il perdono dell'infinita misericordia divina.
Col proprio sincero pentimento, rivolto in extremis a Dio, Manfredi ha ottenuto
quella salvezza che la Chiesa gli aveva negato con la scomunica. Manfredi è
salvo: per le scomuniche non si perde la possibilità della salvezza, sostiene
l'anima del re, perché, spesso, neanche la Chiesa arriva ad immaginare e concepire
l'infinita bontà divina.
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