Filande di Villa, bachi di Salice e donne di Catona sotto i Borbone
di Maria Lombardo
Questo che sto per raccontare è tutto quello che rimase dell’antica arte della seta sotto il periodo Borbonico in Calabria. E’ vero,si, che fu fino al 1700 un’attività cardine nel catanzarese ma i Calabresi da sempre furono poco avvezzi al progresso ed a causa di ciò, e dei scarsi apporti economici della Corona, il comparto perì miseramente! Nel territorio di Villa San Giovanni esistevano per tutto l’800 3 filande a vapore di proprietari inglesi poi tra il 1876 e il 1879, se ne sarebbero aggiunte altre due, una appartenente ad un lombardo ed una ad un villese. Essendo lo stabilimento più grande quello di Eaton E.J. con 80 bacinelle attive, ma la stessa ditta ne conttrava un secondo con 56 bacinelle, che occupavano complessivamente 282 operai uomini 69 e donne 66. Seguiva, per importanza, lo stabilimento di Adriano Erba con 72 bacinelle attive e 145 operai; vi erano poi quello dei F.lli Lofaro (sessanta bacinelle), di Giuseppe Caminiti e di Cosmo Sergi (rispettivamente con 56) e di Francesco Aricò (quarantaquattro). Insomma per il tempo queste industrie erano fiorenti. Effettivamente Villa tra la fine del XVIII sec fino al XX fu molto famosa in questo settore, oggi a ricordo esistono 56 ruderi a testimonanza. A Villa ancora vi erano 10 stabilimenti di filature a fuoco il più importante per numero di bacinelle attive era quello di Antonio Calabrò con 48 (più tre inattive), dei F.lli Belmusto con 42 (più 14 inattive) e di Giovanni Accurso con 36 bacinelle (oltre le 12 inattive). Pertanto quest’industria occupava complessivamente 1.441 operai (899 nelle filande a vapore e 542 in quelle a fuoco diretto) disponendo dì 680 bacinelle (424 nelle filande a vapore e 256 in quelle a fuoco diretto). Inoltre nel 1847 gli operai erano così divisi in 676 mangani, 676 maestre e 676 discepole. Villa prese il titolo di piccola Manchester! Il numero delle giornate lavorative però era diverso: sessanta giorni per gli uomini, sia negli stabilimenti di filatura a vapore che a fuoco diretto, mentre le donne erano, nei primi, impegnate per 260 giorni, nei secondi per 180 giorni. Il salario giornaliero era invece uguale in entrambi i tipi di stabilimento, variando dalle 3 lire per gli uomini a 0,85 per le donne, a 050 per i fanciulli. Ma regrediamo per un momento il periodo Borbonico e catapultiamoci nel 1792 quando Rocco Antonio Caracciolo, aveva reso operativi a Villa una filanda ed un filatoio, la prima situata fra il palazzo dei Caracciolo e l’attuale Fontana Vecchia, il secondo presso la strada Micene. La crescita dell’attività filandiera fu dovuta anche al torinese Francesco Bal, direttore della filatura nell’area di Reggio e della grande filanda di Santa Caterina. I Villesi si unirono a coro e le filande si moltiplicarono come crebbe la popolazione grazie al lavoro e benessere nel 1901 raggiungevano le 6647 unità. L’attività di produzione dei semilavorati raggiunse un elevato livello ed i prodotti venivano esportati in Francia, Inghilterra ed America. Con l’unità d’Italia, il commercio rimase notevole e riuscì a riprendersi anche dopo il disastro del terremoto del 1908 con gli aiuti governativi, mantenendosi attivo fino al periodo tra le due grandi guerre mondiali. Successivamente, a causa del mutamento degli scenari politici e commerciali ed all’avvento di nuove tecnologie straniere, l’attività di produzione e lavorazione della seta a Reggio ed in Calabria cessò definitivamente. Di questa antica arte in Calabria sotto i Borbone rimase solo questa piccola attività. Si erano conclusi quei fasti che vedevano primeggiare le sete calabresi nelle corti europee! Ecco che in questi casi la smentita contro Pino Aprile è netta e chiara secondo uno dei suoi libri definisce la Calabria la Regione più industrializzata d’Europa, una cosa che non è mai esistita se in Calabria si contavano solo 10 industrie ed una forma di artigianato decadente.

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