Uno dei significati dell’ “inchino” in Calabria
di Maria Lombardo
Inchino, una parola semplice e che dovrebbe ricordare il rispetto che nella cultura calabrese è ancorato da secoli un concetto esasperato soprattutto dall’antimafia retorica che ripete come un pappagallo il concetto senza collocarlo tra spazio e tempo. Ebbene è buona usanza conoscere cosa si cita la brutta figura è così dietro l’angolo. Mi sono imbattuta in un ‘intervista web che affronta temi in “auge” nel Vibonese specie nel periodo pasquale tra la carrellata delle cose citate si cita l’inchino e riporto quanto dice l’articolo fedelmente:”Il consenso sociale è un fattore determinante per l’esistenza della criminalità organizzata, la propaganda mafiosa, anche se resta fortemente ancorata alle proprie tradizioni, come cerimonie di affiliazione, santini bruciati, processioni, sacramenti e inchini, cerca consensi anche sui social network. Mentre cattura l’attenzione degli adolescenti, per mezzo di gruppi che celebrano boss e affiliati, autori dei crimini più efferati, promuove contestualmente una feroce “caccia allo sbirro” per avallare spietate ritorsioni nei confronti di Poliziotti, Carabinieri e Finanzieri”. Sembra un fiume in piena di inesattezze poiché la Calabria ha avuto da sempre un modus facendi legato alle sue origini basta aprire un buon libro di storia delle N’drine materia che studio da anni legata all’antropologia calabrese. Per comprendere che molte cose legate al culto sono retaggi arcaici. Ma cos’è questo consenso sociale? Non sarà questo il solo
mio articolo di spiegazione e perché no di sonore tirate d’orecchie per le tante inesattezze che fanno rabbrividire uno storico. Ebbene si i Calabresi sono sempre stati refrattari al progresso ed essere coloni dei grandi latifondisti a loro bastava per tirare alla giornata. Il rito dell’Inchino ormai portato al rango di slogan specie nel Vibonese come atto puramente “sacrilego” carico di segnali magari occulti in realtà praticato da sempre è un gesto processionale che si praticava non solo presso le case dei ricchi signori ma presso le case dei malati degli anziani ecco che il Santo portato in processione si fa roteare di fronte l’uscio della casa di queste categorie affinchè “entri” la benedizione. In Calabria e ribadisco in tutta la Calabria è un gesto abitudinario sostare con le effigi o i simulacri di fronte le case di certe categorie. Negli Archivi Crotonesi per fare un’esempio vi sono una carrellata di documenti in cui si parla della Madonna Greca di Isola Capo Rizzuto che viene fatta sostare davanti a Palazzo Barracco. Abitazione di notabili, si intende ricchi latifondisti o se vogliamo andare ancora indietro nella storia l’effige sostava davanti il palazzo del feudatario per essere protetto come segno di gratitudine. Per molti perchè suo datore di lavoro (in quei tempi il latifondista era l’unico datore di lavoro, i Barracco avevano circa tremila dipendenti); altri avevano ricevuto assistenza (il latifondista fungeva da banca all’occorrenza, un esempio era quello di anticipare il pagamento per spese sanitarie); altri enti o privati perchè avevano ricevuto beneficenza. Questo antico gesto popolare genuino non va interpretato in maniera distorta, altrimenti risulterebbe blasfemo.
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