La guida calabrese dei fratelli Bandiera
di Maria Lombardo
Non c’è nulla da stupirsi se i fratelli Bandiera utilizzarono una guida per muoversi in Calabria, le guide calabresi vennero sempre utilizzate per svolgere le missioni poco chiare e pulite. Nella storia delle Due Sicilie anche i Borbone le utilizzarono per portarsi nuovamente sul trono usurpato dai Napoleonidi. Tuttavia sempre in quel 1808 il Governo Napoletano fondò le guardie calabresi facendosi tutelare da questi briganti che avrebbero aiuto il compito di creare il terreno per una rivolta. A tal fine era stato creato un corpo di borbonici volontari chiamati “guide calabresi” agli ordini del generale Sherbroocke. Questa usanza di avvalersi dei briganti per preparare le rivolte fu inaugurato dai Borbone per motivi politici e sempre per motivi politici vennero usati dai Bandiera. Per la verità gli episodi criminali non erano mai del tutto cessati in Calabria e bande di taglia gole continuavano a scorrazzare per la zona devastando e saccheggiando anche subito dopo il 1815, ma fu dopo il 1820 che il “brigantaggio politico”, come insofferenza al regime borbonico, prese di nuovo ad intrecciarsi con le ordinarie vicende di criminalità comune. La guida dei Bandiera era un certo Giuseppe Meluso detto Nivaru, si conosce tutto sulla vita di questo brigante, poiché Salvatore Meluso spirato da poco ha sempre voluto vederci chiaro su questo suo avo in un saggio storico che mi ha portato ancora una volta a riflettere sulla nostra storia. Per i tipi di “Calabria Letteraria” l’ultimo saggio di Salvatore Meluso dal titolo La guida calabrese dei fratelli Bandiera. Vita straordinaria di Giuseppe Meluso. E’ l’opera che mi ha accompagnato per in questo studio approfondito! Ma chi era Giuseppe Meluso guida calabrese della cosiddetta “banda degli esteri” capeggiata dai due fratelli veneziani, quel Giuseppe Meluso, sangiovannese esule a Corfù, che si aggregò alla spedizione con funzioni di guida, l’unico a sfuggire alla cattura dopo l’agguato alla Stragola. Ma per comprendere bene tale personaggio bisogna tornare al 1827 il Nivaro, assieme ad altri suoi compagni, ingaggiò un conflitto a fuoco con la Guardia urbana di Caccuri.Il processo per questi fatti si celebrò il 5 dicembre del 1834 e si chiuse con la condanna del Meluso che, però, riuscì a rifugiarsi a Corfù dove si nascose facendosi chiamare Battistino Belcastro. Nel 1834 fugge su un’isola in Grecia per sfuggire alle pene capitali che i Borbone misero sulla sua testa, reati di “brigantaggio”, mettendosi al servizio di altri fuoriusciti calabresi sempre per reati comuni, i fratelli De Nobili di Catanzaro. Su quest’isola sotto il dominio inglese si rifuggiavano i delinquenti ed i rifuggiati politici, dopo i falliti moti del 1830-31, ed è qui che giunsero Attilio ed Emilio Bandiera dopo aver disertato dalla marina austriaca,un campionario di tutta l’emigrazione politica italiana. La spedizione dei Bandiera fu imbastita in modo frettoloso senza riservatezza e senza assenzo di Mazzini per fornire sostegno al moto del 15 marzo 1844 di Cosenza, facilmente sedato dalle autorità borboniche e finito con alcuni morti sulle strade e centinaia di arresti, di cui, però, alcuni giornali stranieri avevano riportato la falsa notizia del successo. Meluso amico del Miller si fece promotore di accompagnare i due Bandiera nell’impresa come esperto del territorio. Il Meluso dai documenti copiosi ne risulta un complesso personaggio bistrattato per il suo contributo a questa spedizione. Ed inoltre la sua feroce eliminazione nel corso di una manifestazione che richiedeva l’accesso alle terre demaniali nel 1848, eseguita con lucida determinazione da quelle stesse persone che, premiate generosamente per la cattura degli “esteri” alla Stragola da re Ferdinando II, si erano “riciclati” come liberali e “repubblicani” in quelle convulse giornate dell’”anno delle rivoluzioni”.
Triste la storia di Meluso emigrato per crimini comuni e poi dedito al sogno liberale che guidò in un territorio ostile rischiando insieme a loro la propria vita e scontando lunghi anni di carcere duro dopo la sua consegna. Tornato da Corfù si avvicinò alle lotte contadine che chiedevano le terre ai Borbone morì gridando: “viva la Repubblica”. Un uomo che per aver chiesto il diritto alla terra anche da morto venne sottoposto al ludibrio da quei personaggi che per aver catturato i Bandiera ebbero compensi, pensioni da parte dei Borbone. Gli stessi Borbone per riconquistarsi la fiducia del popolo dopo l’Unità diffusero la falsa notizia, ripresa da certa vulgata risorgimentale postunitaria, che a catturare i Bandiera fu il popolo minuto di San Giovanni in Fiore, impaurito dall’arrivo di una banda di briganti “turchi” capeggiati dal famigerato “Nivaro”. Nulla di tutto ciò: i Bandiera ed i loro compagni furono assaliti e catturati dalla Guardia urbana di San Giovanni rafforzata dagli uomini armati al servizio delle famiglie più importanti, notabili e proprietari terrieri, del paese silano.

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